Il Tempo dei Fotografi

United Kingdom(Great Britain)

Il Fascino Clandestino del Contemporaneo

di Fabio Amodeo
All’inizio era solo la voglia di fare qualcosa assieme. Già questa è una notizia, perché è raro che gli artisti facciano delle cose assieme, se non c’è un curatore stringente o un’istituzione potente a costringerli. Figuriamoci dei fotografi, abituati a competere per le decrescenti commesse sul mercato, o per gli inesistenti, o quasi, spazi espositivi. E, come in tutte le faccende dell’arte contemporanea, non è neppure detto che dei fotografi facciano in realtà lo stesso mestiere.

Qualcuno produce idee, dialogando con la luce. Qualcuno produce oggetti, interagendo con materiali diversi, mescolando tecniche antiche e sperimentali. Qualcuno produce concetti, costringendoci a riflettere con l’uso dell’ambiguità insita in ogni immagine. E qualcuno produce informazioni, racconti, oppure li costruisce seguendo la propria visione.
La maggior parte miscela più di una di queste attività in formule diverse, generando in chi guarda effetti a loro volta diversificati: emozione, curiosità, suggestione, riflessione. Della varietà di accordi sui quali si articola la fotografia contemporanea normalmente non abbiamo percezione, perché esistono poche occasioni nelle quali confrontare visioni diverse: le mostre, quando ci sono, presentano singoli autori, e confrontare linguaggi diversi è un lavoro riservato a pochi specialisti.

Torniamo alla genesi. I fotografi che cinque anni e qualcosa fa decisero di fare un qualcosa assieme avevano un obiettivo molto limitato: quello di realizzare un calendario a tema. Dato che i mesi sono dodici, loro erano lo stesso numero, non si sa se per caso, scelta o fortuna. il progetto era semplice, ma aveva in sé tre aspetti per nulla usuali. Il primo, che ciascun fotografo poteva esprimersi in piena libertà. Non c’era una linea, non c’era una “dottrina” da seguire, non c’era un’indicazione estetica. Ogni autore era vincolato solo dalla propria visione e dal proprio linguaggio.

Il secondo aspetto era una conseguenza del primo: non c’era un curatore, un ideatore che indirizzasse l’intera operazione. C’erano un tema da seguire ogni anno e un coordinamento organizzativo. E infine i fotografi provenivano dall’intero territorio regionale, dal confine con la Slovenia a quello con il Veneto, senza distinzioni di area, provincia, città o area rurale. Quel primo calendario, dedicato al tema fotografare la fotografia uscì, ma non fu la cosa più importante. La cosa davvero nuova fu che le dodici fotografie divennero una mostra in qualche modo viaggiante, destinata a essere ospitata in luoghi diversi, centri culturali, gallerie, foyer di teatri.
Poi, negli anni successivi, i due eventi, il calendario e le mostre in spazi non istituzionali, si sono ripetuti, portando pubblici diversi, fatti di curiosi, di conoscenti, come sempre succede, di frequentatori anche casuali, a contatto con una rassegna fortemente connotata sul piano del contemporaneo, e quindi viva, dialogante con il presente. Lo scrivo da testimone, le esperienze di questo contatto in parte non programmato erano le più diverse: curiosità, senso della necessità di approfondire, passione, talvolta sconcerto e in qualche caso anche repulsione. Comunque vita.

Vita. Senso del presente. Spinta a interpretare la storia, a leggerla con occhi diversi. A ripensare i flussi di idee che ci circondano.
È questo il valore della contemporaneità. Ed è questo il valore di questa esperienza, che si è prolungata per cinque anni, e dal terzo ha raddoppiato il numero dei suoi interpreti (spero siano tutti scritti, da qualche parte, in questo catalogo, perché sarebbe troppo comodo e lungo elencarli in una prefazione). Una finestra sul contemporaneo. Mi sono spesso chiesto, parlandone con amici alle inaugurazioni precarie, dell’ostentato disinteresse delle istituzioni dell’estetica (con qualche ammirevole eccezione) per questa esperienza. E alla fine ho concluso che era la vita, la vitalità, l’energia che essa rappresentava a tener lontani direttori, curatori, maestri. Al confronto, il contenuto delle istituzioni ha un sentore neanche tanto lieve di cassa da morto. Vi si viene ammessi a imbalsamazione avvenuta, anche se più di qualche istituzione, nel nome, è dedicata al moderno e al contemporaneo. Ma per contemporaneo intendono il neorealismo o la pop art, tutte cose che i più vecchi tra di noi hanno visto da bambini. Uno si aspetterebbe che i responsabili nel privato giochino con l’hula hoop, guidino una Topolino del 1951 ed escano la mattina a comprare il ghiaccio. Invece hanno lo smartphone, guidano auto contemporanee e hanno il freezer. È solo la testa a esibire problemi di anacronismo.

Però far entrare opere come queste nei mausolei farebbe risaltare il sentore di sarcofago. E si capisce che le istituzioni preposte alla comunicazione visiva se ne tengano alla larga (al loro interno la parola fotografia viene sussurrata con sospetto). Una volta chiesero ad Harald Szeemann, buonanima e curatore della Biennale di Venezia del 2002, come mai nella sua rassegna ci fossero quasi solo video e fotografie. Sono i mezzi che intercettano più velocemente lo spirito del tempo, rispose. E nei periodi di rapida transizione intercettare lo spirito del tempo è la cosa più importante che l’arte possa fare, aggiunse.
E così, quasi senza volerlo, la scommessa azzardata un lustro e qualcosa fa da dodici apostoli è diventata una documentazione pressoché unica sui sentire dell’estetica contemporanea in uno specifico settore, la fotografia e in una particolare zona esposta ai venti di ogni quadrante intellettuale. Guardare in fila le immagini pone una serie di interrogativi, su come si sono evoluti i singoli autori, su come nella loro comunicazione si alternino serenità, ricerca della bellezza, dramma, ironia, su come tutto ciò si rapporti con il resto del flusso di immagini nei quali siamo immersi. Porre interrogativi è il lavoro dell’artista, e la fotografia, nella sua apparente universalità di lettura, ci riesce particolarmente bene. Poi sta a noi cercare le risposte.
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